Come sono nati i coriandoli?

I coriandoli sono il simbolo indiscutibile del Carnevale e delle feste.

Disponibili in tantissime sfumature cromatiche, monocolore o multicolor, e in variegate forme e sagome, anche a tema, rappresentano, in qualche modo, la gioia della convivialità, dei festeggiamenti, ma anche, in alcune proposte, la ritualità di alcune celebrazioni (come, ad esempio, il bianco per i matrimoni o il rosso per la laurea).

Insomma, gli utilizzi di questi piccolissimi e coloratissimi accessori, oggi, sono tantissimi, tanto che vengono oramai dati per scontati a qualunque evento e in tutte le occasioni per far festa.

Ma da dove si sono originati e com’è nato questo vero e proprio culto per i coriandoli, nel tempo?

Storia e origini

Come è facile immaginare, inizialmente i coriandoli erano molto differenti da quelli che conosciamo oggi, anzi: per dirla tutta, non erano nemmeno coriandoli.

Tutto sarebbe cominciato, infatti, secoli e secoli fa, quando, durante le sfilate del Carnevale, venivano lanciati sulla folla e sulle maschere fiori e frutti profumati e monete, come granoturco e arance, ma anche gusci d’uovo colmi di fragranze odorose.

Da lì, il salto al coriandolo (cioè l’erba aromatica) è stato brevissimo.

Dal 1500, infatti, si è cominciato a ricoprire di zucchero i frutti profumati del coriandolo, dando vita a piogge allegre e ricche di fragranza che, partendo da finestre e balconi, si abbattevano sui carri carnevaleschi.

Naturalmente, un’usanza come questa prevedeva un costo che, via via, cominciò a farsi troppo alto.

Per questo, i piccoli confettini naturali vennero sostituiti da palline di gesso, che ne richiamavano la struttura ma erano, ovviamente, molto più economiche da ottenere.

Ci vollero ancora diversi secoli, però, prima che le cose cominciassero a volgere verso quello che sarebbe stato, poi, il futuro moderno di questi piccoli accessori per feste.

In particolare, nell’Ottocento, a Milano, un certo ingegner Enrico Mangili di Crescenzago, ideò e commercializzò dei piccolissimi dischetti di carta bianca, da lasciar volare durante le esibizioni dei carri del Carnevale: l’idea funzionò perchè si trattava di oggetti molto leggeri, che cadevano molto lentamente, rimanendo a lungo come sospesi nell’aria, dando l’idea quasi di una improvvisa, candida nevicata. L’atmosfera dei festeggiamenti cominciò a cambiare, a diventare quasi onirica ed erano tutti contenti: il popolo, per aver ottenuto un elemento speciale a prezzo irrisorio, e l’ideatore perchè si trattava di un guadagno praticamente netto; quei dischetti, infatti, altro non erano, incredibilmente, che gli scarti dei foglietti bucherellati utilizzati… come lettiera per i bachi da seta!

Qualche anno più tardi (si parla del Carnevale di Trieste del 1866, testimonianza confermata da un’intervista ottenuta alla radio dalla Rai, nel 1957), i coriandoli (che presero il nome, appunto, dalla pianta erbacea sopracitata) diventarono famosi  grazie ad un altro ingegnere: Ettore Fenderl. L’uomo, nel 1866 ancora quattordicenne, decise di ritagliare dei triangolini di carta da lanciare sulle teste delle maschere triestine, in mancanza di altro materiale e di denaro che potesse procurarlo. Un’idea dell’ultimo minuto ed anche piuttosto “arrangiata”, che trovò, però, riscontro nei presenti che, rallegrati da quella atmosfera così frizzante, e soprattutto cheap, cominciarono ad imitare la sua iniziativa.

Il passo verso la messa in commercio di pezzettini di carta colorati fu brevissimo e ci porta sino ad oggi, dove nemmeno la tecnologia e la digitalizzazione sono riuscite a sradicare una tradizione così sentita ed importante, come quella del lancio dei coriandoli.

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